The social network

Vi confesso che la visione di questo film ha modificato il mio approccio a Facebook. Recalcitrante all’inizio, quando sentivo parlare di questo social network mi rifiutavo di farne parte perché non amo il concetto di “esclusività”. Sebbene prestigioso e gratificante, fare parte di un “club” mi è sempre sembrata una forma di discriminazione, ma mi sono lasciata convincere dal fatto che ormai di esclusivo non ha più niente, se non una login che può effettuare chiunque, anche chi, come me, ha creato un indirizzo email apposito evitando di dare oltre lo stretto necessario di informazioni, quelle obbligatorie per la registrazione.

Face book può essere divertente, simpatico, immediato, celere, ma anche noioso, esplicitamente volgare ed extra-espositivo.

Il gioco dello scrivere il tuo pensiero sul “muro” è la cosa che attira maggiormente la mia curiosità. Nonostante la maggior parte di ciò che scrivo e leggo sia mmunnezza, trovo divertenti molti di questi “one-line messages”, tanto criticati dai puristi della lingua, soprattutto per gli obbrobri grammaticali di cui si rendono artefici. Eppure l’esigenza di brevità è capace di generare punte di genialità negli anfratti celebrali dei più insospettabili, grazie alle quali il mio profondo senso di estimazione dell’ermetico non fa che gonfiarsi di godimento.

 

“The social network” è un film ben diretto, intriso di personaggi descritti da un pennello talmente minuzioso da poter quasi fare a meno di attori veri (benché la presenza di Justin Timberlake abbia potuto trarne e procurare utilità ad alcuno).

 

La storia, per quel che si è voluto far passare per vero, racconta di un giovanotto rispondente al nome di Mark Zuckerberg, un ingegno umano dell’informatica, e come tale vittima di non meglio specificate socio-patologie, poco avvezzo alle relazioni sociali. Il tipo diventa ricco nel giro di qualche anno grazie al fatto di aver “rielaborato” un’idea altrui, realizzando quella che, dagli ambienti di Microsoft a quelli di Napster a quelli (evidentemente) dei brand, più di tutte viene considerata l’invenzione del secolo.

 

A luglio 2010 si contavano come iscritti 500 milioni di abitanti della terra su circa 6 miliardi disponibili, poca roba, se non si contano i paesi dove in effetti non è ancora fisicamente possibile iscriversi e gli “analfabeti” informatici che internet non sanno nemmeno cos’è.

Il film rivolta come un guanto gli esordi finanziari (ma solo gli esordi) della società (erroneamente indicata dal doppiaggio italiano come “Srl”, che nel diritto americano non esiste), provocando nella mia anima economista un’infinita serie di domande con cui non intendo tediare nessuno in questa sede. Una tra tutte: se Zuckerberg è miliardario, perché fino a quasi tutto il 2009 la sua società era in perdita?

Affascinanti misteri della finanza creativa.

Do un’occhiata veramente fugace in rete in cerca di rendiconti finanziari e scopro l’inevitabile: Facebook è una società privata, pertanto non obbligata a rendere pubblici i propri numeri. Ma per fortuna c’è chi, molto carinamente, per tentare di dare risposte alle domande che tanti esseri umani liberi inevitabilmente si pongono, dalla stessa Palo Alto ha creato un’agenzia di informazione sul mondo che ruota intorno alla piattaforma Facebook ed al sistema del gaming on line.

Già al solo pensiero che queste due attività siano ormai un binomio la mia incazzatura si triplica. Faccio parte di un circuito inscindibilmente legato ai giochi on line a pagamento, in cui la gente arriva a giocarsi le case, senza voler considerare che questo settore rappresenta l’alter ego della crisi finanziaria globale che stiamo vivendo.

Devo tagliare corto? Ok, magari questa la riprendiamo un’altra volta…

Nel film si capisce solo che Zuckerberg & Co. diventano ricchi grazie ad una puerile ricapitalizzazione, che continua ad essere fonte di guadagni grazie ai Futures che tuttora vedono Facebook ancora come unico investimento vincente.

Cionondimeno scopro allora grazie ad Inside Facebook che le fonti principali di introito per la società sono due: Pubblicità (con relativa vendita di dati criptati e classificati per target) ma non di meno una seconda voce chiamata “Virtual goods”… merce virtuale, ossia i regalini stupidi da postare in bacheca ai compleanni dei cosiddetti amici, nonché, manco a dirlo, le mucche ed i cavalli di Farmville, che, per quanto vi sforziate di regalarveli a vicenda, sono solo le tenere iconcine di un substrato di credito a buon mercato, irrigato dalle perdite dei giocatori incalliti sui siti a pagamento degli stessi proprietari del “gratuito” Farmville, ossia Zynga.

 

Inutile affliggere chi legge con lo squarciante dilemma che mi ritrovo oggi a vivere: praticamente Facebook rappresenta tutto ciò contro cui mi batto, e non riesco ad imbonire la mia coscienza con rassicurazioni rispetto allo scetticismo con cui me ne sono sempre servita, pur continuando a non riceverne il benché minimo beneficio, almeno al momento.

Certo questo non vuol dire che devo auto-denunciarmi, ma devo ammettere che il tutto ha perso molto del fascino ludico con cui mi aveva conquistato.

 

Probabilmente rilancerò gettando sul piatto ancora più scetticismo e, chissà, vittima della mia stessa consapevolezza, un giorno forse cancellerò il mio account.

L’avrei già fatto, se non fosse che ‘sto Roscio Malpelo ha fatto proprio una bella pensata ad inventare Facebook, un sito dove ritrovo amici, risparmio soldi di comunicazione, mi sento in compagnia quando lavoro e (LAST BUT NOT LEAST) vendo informazioni su me stessa a titolo completamente gratuito.

Riavvio il sistema.

Se la società di Zuckerberg ha impiegato 5 anni per vedere i risultati di questo sito, posso aspettare anch’io, almeno gli stessi tempi di quella che ormai è  di fatto una multinazionale (in ogni accezione del termine) e vedere se, fomentare le aziende di gioco (legale) on line, andare contro i miei principi e contribuire a muovere massa, nelle merci virtuali come nella finanza dissennata, porterà anche a me qualche buon frutto, a verifica di un ritrovato scopo squisitamente individualista, quale pare essere, appunto, quello di un’iscrizione al più famoso dei social network.

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~ di glistregatti su novembre 15, 2010.

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